Abramo, nella Bibbia e nel Corano. Confronti

LA FIGURA DI ABRAMO NEL CORANO E NELLA BIBBIA
-Osservazioni del prof. Giovanni Pellegrino e prof. Ermelinda Calabria-
In questo articolo ci interesseremo del racconto biblico e di quello coranico riguardante la figura e i comportamenti di Abramo. Nelle sure più antiche Abramo non è una figura di primo piano nella narrazione coranica ed è quasi oscurato dai due grandi profeti di cui si parla nel Corano ovvero Mosè e Gesù. Tuttavia, verso la fine del periodo meccano (una decina di anni prima della morte di Maometto avvenuta a Medina nel 632 d. C.) Abramo acquistò una importanza straordinaria nel Corano tanto da essere considerato, tramite il figlio Ismaele, il capostipite degli Arabi, il vero patriarca dell’Islam.
L’ Abramo coranico è presentato come un patriarca ideale, come un monoteista intransigente seguace della vera religione. Inoltre, Abramo viene descritto dal Corano come un perfetto mussulmano che prega per la venuta di Maometto. Gli esegeti mussulmani sostengono che i discendenti di Abramo (Ismaele, Isacco, Giacobbe) divennero non solamente fonti di profezia ma anche capostipiti di uno speciale carisma profetico.
A tale riguardo Guzzetti scrive:” I
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Wicca? Da un lontano passato all’attualità

LA CONCEZIONE DELLE DIVINITA’ PRESENTI NELLA WICCA.
Ricerca di Giovanni Pellegrino e Ermelinda Calabria
In questo articolo prenderemo in considerazione la concezione delle divinità nella Wicca, concezione che è molto particolare ed interessante per gli storici delle religioni. Volendo fare entrare la Wicca in una classificazione costruita utilizzando le categorie della storia delle religioni possiamo dire che la Wicca deve essere considerata una religione magica politeista in quanto i Wiccan attribuiscono molta importanza ai riti magici nel loro edifico dottrinale ed inoltre adorano due divinità: il Dio con le Corna e la Dea. Tali due divinità devono essere considerate entrambe strettamente collegate con la natura. Dobbiamo precisare che nei primi decenni della storia della Wicca le due divinità rivestivano la stessa importanza per gli adepti di questa nuova religione ma nella Wicca contemporanea la situazione si è abbastanza modificata in quanto la maggior parte delle correnti presenti in tale religione attribuiscono molta più importanza al culto della Dea considerando il Dio una figura meno importante. Inoltre, le correnti femministe della Wicca adottano una sorte di monoteismo in quando adorano solamente la Dea sebbene tale principio divino femminile assuma nomi diversi nelle varie congreghe (Diana, Selene, Gaia, Dea Madre).

Cunningham riferendosi alle divinità adorate dalla Wicca afferma che la Wicca collega strettamente tali Leggi Tutto

I profeti che fondarono le religioni

I PROFETI FONDATORI DELLE RELIGIONI
Excursus storico dei prof. Giovanni Pellegrino e  Ermelinda Calabria.
La maggior parte delle religioni esistenti sono nate dalla predicazione di un profeta fondatore (le religioni non hanno un profeta fondatore vengono definite dagli storici delle religioni religioni etniche). Anche la quasi totalità delle nuove religioni sono nate dalla predicazione di quelli che vengono definiti nuovi profeti.
La Bibbia e il Corano contengono il racconto delle gesta di numerosi profeti messaggeri della divinità anche se non fondatori di religioni. La Bibbia inoltre contiene diversi libri scritti dai cosiddetti profeti scrittori che hanno ricevuto da Dio, il compito di assicurare la progressiva rivelazione agli uomini della volontà divina. Nella Bibbia infatti Dio rivela agli uomini la sua volontà in maniera progressiva perché gli uomini non sarebbero in grado di comprendere tale volontà se fosse rivelata in maniera non graduale.
Esistono delle religioni che non hanno un profeta fondatore. Per fare un esempio l’Induismo è una religione dove è impossibile identificare la figura di un profeta fondatore dal momento che la tradizione induista Leggi Tutto

Il culto imperiale durante l’Impero di Costantino

IL CULTO IMPERIALE DURANTE L’ IMPERO DI COSTANTINO. Studio del Prof. Giovanni Pellegrino e Prof. Ermelinda Calabria
In questo articolo ci interesseremo della forma che assunse durante l’impero di Costantino il culto imperiale. Infatti, non è un problema di facile risoluzione il modo in cui Costantino si pose verso l’organizzazione, la struttura le cerimonie del culto imperiale pagano che neppure solo simbolicamente potevano essere accettate dal cristianesimo. Sebbene il culto imperiale pagano non fosse accettabile al cristianesimo che l’aveva duramente combattuto in passato numerose testimonianze attestano che esso fosse presente anche nell’ impero di Costantino. Tuttavia, se il culto dell’imperatore, restò in vita anche per quel che riguarda la struttura e i sacerdozi esso subì dal punto di vista dei contenuti una radicale riforma: a testimonianza di ciò prenderemo in considerazione un famoso documento giuridico, il rescritto di Costantino ai cittadini umbri di Spello (1) Il rescritto non contiene l’indicazione della data ma sembra certo che esso fu redatto dopo il 326 proprio negli ultimi mesi del regno di Costantino.(2)
In questo documento l’imperatore concedeva agli abitanti di Spello di chiamare la loro città Flavia Costans Leggi Tutto

Costantino imperatore e la magia

L’ATTEGGIAMENTO DI COSTANTINO NEI RIGUARDI DELLA MAGIA (Studio del prof. Giovanni Pellegrino e  prof. Ermelinda Calabria)
In questo articolo ci occuperemo dei provvedimenti legislativi adottati da Costantino nei riguardi della magia. Prima di entrare nel nucleo del nostro discorso dobbiamo mettere in evidenza che nel mondo antico fu sempre molto sentita l’esigenza non solo di conoscere il futuro ma anche di cambiare il corso del fato utilizzando la magia. Tale esigenza divenne particolarmente forte a partire dal III° secolo d. C. periodo storico nel quale l’uomo vide nella magia la possibilità di sfuggire alla tragica situazione morale, sociale, politica e psicologica in cui si veniva a trovare. Generale fu perciò in questa epoca la credenza della magia attraverso la quale si pensava di dominare la materia e soddisfare le più varie necessità come ad esempio difendersi da un grave pericolo, provocare la morte di un nemico, suscitare l’amore nella persona amata , causare la pioggia o anche ottenere la vittoria del proprio cavallo nelle corse dell’ ippodromo (1) .

Vogliamo mettere in evidenza che a parte pochi scettici ed agnostici uomini di ogni religione erano affascinati da incantesimi e sortilegi : come dimostrano gli allarmati canoni conciliari degli inizi del IV° secolo persino i cristiani ricorrevano ai Leggi Tutto

Gli dèi della mitologia greca e i “misteri”, prima del Cristianesimo

— Premessa Per inaugurare con nuovi contenuti la sezione di Storia delle religioni nel nuovo sito, riceviamo e pubblichiamo questo articolo del prof. Giovanni Pellegrino, assistente di Storia delle religioni dell’Università di Salerno —
La concezione degli dei nei poemi omerici
In questo articolo cercheremo di chiarire qual è la concezione degli dei riscontrabile nei due poemi omerici. In estrema sintesi possiamo dire che il concetto degli dei presente nell’Iliade e nell’Odissea coincide con la concezione degli dei presente nella religione olimpica (dobbiamo tenere presente che nell’universo religioso greco non esisteva solo la religione olimpica ma anche le religioni ctonie-misteriche delle quali parleremo più avanti).
Prima di descrivere la condizione degli dei presente nei poemi omerici riteniamo opportuno fare alcune considerazioni di carattere generale sui poemi omerici. Per prima cosa dobbiamo tenere presente che i poemi di Omero insieme a quelli di Esiodo costituivano il testo base per l’apprendimento della lingua ed erano anche il fondamento principale di ogni forma di educazione. Attraverso di essi l’uomo greco apprendeva i valori generali e le norme etiche a cui fare riferimento e imparava altresì a conoscere il complicato universo religioso esistente nel mondo greco.

L’Iliade e l’Odissea risalgono con tutta probabilità al IX secolo a.C.: il mondo che essi descrivono è la civiltà minoico-micenea Leggi Tutto

Religiosità  popolare. Una preghiera non “canonica” in dialetto. Magda Barbieri

Articolo-testimonianza personale per il Corso di Aggiornamento su “Dialetto e cultura contadina“. Museo della Civiltà  contadina. S.Marino di Bentivoglio (ott./nov. 2005)
  
       Sgnour a m’ trag zò ,

        liverm a n’ al sò.

        Casomai ch’a nu’ m ‘ livàss ,

        l’alma mi a Dio a la làss,

        ch’al la lìva,

         ch’al la pàisa,

       ch’al la métta in dù» ag’sovv .

Per chi non conosce il dialetto bolognese possiamo farne una libera traduzione in italiano:
“Signore mi corico, /se mi alzerò non lo so /. Casomai non mi alzassi, / l’anima mia a Dio la lascio, / che la sollevi, / che la pesi/ che la metta dove gli sovviene.”/

 

Si tratta di una breve preghiera che mia nonna recitava ogni sera come introduzione, o talvolta a chiusura, di una serie di orazioni, ovvero di preghiere canoniche , recitate a memoria in un latino un po’ deformato, tipico di chi non conosceva nè il latino nè l’italiano .
Questa breve preghiera, pur nella sua semplicità , è una piccola poesia, e al tempo stesso l’ espressione spontanea di un sentimento religioso forse più chiaro ed efficace di tante enunciazioni teologiche ufficiali .
E’ anche l’espressione di una fede di impronta fatalistica, umile e rassegnata all’eventualità  , sempre incombente e quasi attesa, della morte. Ed esprime la fiducia nella giustizia di un Dio che raccoglierà  le anime dopo la morte del corpo, e le saprà pesare e valutare, e metterle dove meritano, secondo il suo saggio giudizio.
La si potrebbe intitolare Testamento della sera, di autore ignoto, nato tra i contadini di un’ area bolognese/ferrarese chissà  quando, e tramandato oralmente in ambito famigliare da nonne a madri e figlie o nuore per generazioni. Famiglie che si spostavano di frequente, da un fondo all’altro, da un Comune all’altro, in ambito provinciale o di aree confinanti , a causa degli sfratti ( cumbié, o commiati) che dovevano subire quando il numero dei componenti della famiglia non corrispondeva alle esigenze di braccia del fondo lavorato, e in rapporto alle bocche da sfamare, secondo gli interessi del padrone della terra. Famiglie che per secoli avevano conosciuto bene e di frequente la morte di loro componenti, neonati, bambini , giovani o adulti, per malattie improvvise, non curabili allora.

Mia nonna ( 1888-1979), si chiamava Rosa Guernelli in Barbieri, e aveva vissuto in parte a Corporeno e a Renazzo di Cento (Ferrara) , a Decima di Persiceto, e poi a Castello d’Argile, nel bolognese. Le mie bisnonne portavano i cognomi di Lanzoni e Risi, tipici di quelle zone.
Nella sua sequenza di orazioni serali a voce alta, dopo una giornata di fatiche, nonna Rosa non mancava mai di ricordare uno per uno tutti i suoi parenti defunti, genitori, fratelli o sorelle, il marito e la figlia morta in giovane età  ( quante rechia meterna donis domine… ho sentito…).
Forse questo non è un modello linguistico significativo, anzi , presenta qualche carattere anomalo o contaminato, rispetto al tipico bolognese e al ferrarese; ma è un esempio significativo di religiosità  popolare delle classi più umili, diffusa fino al secolo appena trascorso.
 
PREGHIERE E DIALETTI A CONFRONTO

Per chi volesse studiare e confrontare le espressioni religiose popolari dal punto di vista linguistico e di contenuto, in relazione alla loro collocazione geografica , faccio rilevare che alcune frasi ( o strofe) della stessa preghiera recitata da nonna Rosa, le ho trovate inserite, separatamente, in altre due preghiere che sono state rilevate da ricercatori in passato , rispettivamente, una a Bologna e l’altra a Castenaso.
Le due preghiere sono state trascritte nel bel libro “Costumanze e tradizioni del popolo bolognese”, pubblicato nel 1932 a cura di Oreste Trebbi e Gaspare Ungarelli , ristampato dall’editore Arnaldo Forni nel 1995.
La prima, rilevata nel territorio di Bologna , così recitava:

A lèt a lèt a vojj andèr
Tott i sant a vojj ciamèr
Tri da cò´ e trì da pì,
tott i sant j en mi fradii.
Al Sgnaur l’è al mi bòn pèder,
La Madona la mi bòna mèder,
San Zvàn al mi bòn paraint,
A spèr d’andèr a lèt sicuramaint,
Sicuramaint a j andarò
Gnent ed brott a m’insugnarò.
Se par dsgràzia an me livàss (*),
L’anma mi a Dio a la làss,

E a pregh l’Anzel Michel
Ch’am la lìva, ch’al la paisa,
Ch’al la metta a salvazian:
Sia benedatta st’urazian
E chi m’l’insgnè.

(*) La sottolineatura è per le tre espressioni quasi identiche a quelle della preghiera recitata da mia nonna, con la variante che qui a pesare l’anima è l’angelo Michele e l’orante si raccomanda di salvargliela.

Ma gli spunti per confronti non sono finiti, perchè abbiamo notato che una parte della preghiera bolognese sopra citata era nota e recitata anche in una versione ferrarese più breve; infatti, su uno di quei calendari che raccolgono proverbi, zirudelle, aneddoti e notizie varie di cultura popolare in dialetto ( al bòn ‘an fràrès / e la Fràra d’na vòlta -1993) era riportata la seguente Preghiera

â let a let a voi andar
Tutt i sant a voi ciamar
Trì da cò e trì da pìè
Tutt i sant ie mi fradii
Al Sgnor al mie bon padar
La Madona la mie bòna madar
San Zvan al mie bon parent
A sper d’ andar a let sicurament
Sicurament ag andarò

Non possiamo ovviamente garantire sull’esattezza della trascrizione, che potrebbe essere gravata da qualche refuso tipografico. Certo possiamo dire che la suddetta preghierina ha viaggiato, sulla bocca delle nostre ave, di nuovo nel bolognese, in questa formulazione:

       Urazian dla sira.
          A lèt a lèt a vlan andèr
          tott i sant avlan ciamèr.
          Tri da co e tri da pi
          tott i sant ien mi fradi.
          La Madona l’è mi mèder
          al Sgnaur l’è mi pèder
          san Lurenz l’è mi parant.
          Ca posa durmir stanott
          tranquillamant

Fatta salva la stessa riserva sulla trascrizione, vediamo che l’orante si preoccupa solo della tranquillità  del suo sonno e si appoggia alla protezione della Madonna , del Signore e di tutti i santi, citando però san Lorenzo invece di san Giovanni. Evidentemente c’era una predilezione personale o locale prevalente.
La versione di cui sopra l’abbiamo ripresa da un recente articolo, intitolato A tu per tu con Dio ma solo in dialetto (di Martina Spaggiari, su il Resto del Carlino, 29 luglio 2005) che riferiva di una ricerca in corso, di orazioni, poesie devozionali e sermoni natalizi, raccolti recentemente dal Teatro degli Alemanni e dal Club Il Diapason, per confluire in un libro di prossima pubblicazione a cura degli studiosi Gioia e Ferdinando Lanzi.

Da un’altra fonte popolare (Agenda de Al biasadè 1987), abbiamo rilevato un’altra versione della stessa orazione, tradotta in italiano , ed evidentemente di generazione più recente, attribuita alla zona collinare di Camugnano. E qui, il montanaro e la massaia, già  più acculturati, recitano così

“A letto a letto me ne andai
E quattro angeli scontrai:
Due dai piedi, due da capo,
Gesù Cristo dal mi lato,
Dal mi lato che mi disse
Che posassi e che dormissi
Che paura non avessi
Né di giorno né di notte, né nel punto della morte”

Tralasciando una ulteriore variante, notiamo che qui torna il pensiero della morte. e su questa incombente eventualità si incentra la seconda preghierina a cui avevamo accennato , rilevata a Castenaso, e che ingloba all’inizio un’altra frase simile a quella della preghiera di nonna Rosa, ma con l’aggiunta dell’ invocazione di Sacramenti canonici, di chiara influenza ecclesiastica.

Sgnaur am met zò,
Chi sa gnanch s’am livarò so;

Quater grazi av dmand a vo:
Cunfsian, Cumunian, Oli Santi
E la grazia dal Spirito Sant.

Come si può notare, dall’analisi-confronto di una semplice orazione in dialetto nelle sue diverse versioni , si può trovare materia per tante osservazioni sulle peregrinazioni della gente di campagna, sulle connessioni e contaminazioni dei linguaggi, su tanti aspetti umani e sociali del vivere la religiosità. Ci si può davvero scrivere un libro.

 Magda Barbieri

 PS Chiediamo scusa per la insufficiente presenza di una giusta accentazione e di qualche  segno diacritico, ma la tastiera del nostro computer non ci  consente di fare meglio

 

Religiosità  e linguaggio popolare. Dalla preghiera all’imprecazione. Magda Barbieri

 

La bestemmia e il turpiloquio

Quando si parla di religiosità popolare dei secoli scorsi, e in particolare del 1900, si riferisce sempre delle manifestazioni della fede, di riti e culti ufficiali e pubblici, tradizioni e costumi personali e famigliari, edifici religiosi, immagini sacre, preghiere e gesti di pietà per chiedere benevolenza e grazie a Dio, alla Madonna, ai Santi.
Ma nel mondo contadino, e bracciantile, era presente anche un altro aspetto, che quasi sempre viene ignorato o deliberatamente evitato da studiosi e raccoglitori di memorie linguistiche e sociali: la pratica della bestemmia e del turpiloquio. Certo questo appare come un aspetto sgradevole, che agli occhi, e agli orecchi, di molti può generare un giudizio negativo nei confronti delle persone e delle classi sociali che lo praticavano più o meno diffusamente; e non bisogna dimenticare che la bestemmia, oltre ad essere considerata peccato mortale dalla Chiesa, se pronunciata pubblicamente, di fronte a due testimoni, era un reato da codice penale ( e lo è rimasto fino al 1999; ora è ancora punibile con sanzione amministrativa).

Ma non si può prendere dalla storia solo quello che ci piace o corrisponde alle nostre teorie o desideri. E non si può giudicare o valutare, o semplicemente riferire di una espressione linguistica, senza conoscere e cercare di capire il contesto sociale e umano e il sentimento da cui scaturisce.

Dunque, Leggi Tutto

Raffaele Pettazzoni, storico delle religioni

A lui è intitolata la biblioteca comunale  di S. Matteo della Decima, frazione, ovvero l’altra metà , del Comune di S. Giovanni in Persiceto. Ma fuori dai confini comunali pochi sanno chi era e cosa ha fatto per meritare  questa intitolazione. Lo storico Mario Gandini, persicetano, da anni sta lavorando e raccogliendo documenti per preparare la sua biografia, che non potrà che essere monumentale e fondamentale, a giudicare dai numerosi contributi già pubblicati su “Strada Maestra”,  rivista della biblioteca comunale del capoluogo (intitolata a Giulio Cesare Croce, altro persicetano famoso).
Ma Raffaele Pettazzoni occupa  da tempo un posto di grande rilievo , sia in campo nazionale che internazionale, tra chi si interessa  di antropologia e storia delle religioni.
In questa modesta mini-biografia non potremo che tracciare alcuni cenni  per cominciare intanto a  far conoscere  le note essenziali di questo personaggio di cui l’anno prossimo cadrà il cinquantesimo anniversario della morte. Raffaele Pettazzoni è nato a S. Giovanni in Persiceto nel 1883 ed è morto a Roma nel 1959.
Laureato in lettere nell’Università Leggi Tutto

Le religioni nel mondo

LE RELIGIONI NEL MONDO
Ricerca a cura di Magda Barbieri
Per dare un’idea di quanto sia stata e sia tuttora vasta e
articolata la galassia delle religioni, riportiamo qui un indice
delle religioni e dei gruppi o movimenti religiosi – spirituali,
conosciuti nei secoli, la maggior parte antichi e altri recenti, presenti sulla Terra,
elencati in ordine alfabetico, ripresi dal sito, a cura di Ivo Naldi:
http://www.riflessioni.it/dizionario_religioni/index.htm
Di ognuno dei movimenti indicati il succitato sito fornisce note
esplicative leggibili dai link collegati a pagine specifiche:
A – Africane religioni,  Amicalismo, Animismo, Ananda Marga, Arancioni, Assira
religione, Australiane religioni, Avventisti del settimo giorno,
Azteca religione

B – Babilonese,  Babismo, Bahaismo, Bambini di Dio o Famiglia dell’amore,
Brahmanesimo, Buddhismo

C –
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