Le “rotte” del Reno del ’49 e del ‘51
Testo di Giulio Reggiani
Possiamo considerare il 1951 come l’annus horribilis delle alluvioni italiane? Forse no, se andiamo molto indietro nel tempo. Ma se consideriamo gli ultimi due secoli e valutiamo solamente i dati riguardanti la parte terminale della pianura padano-veneta (ed il bacino idrografico renano in particolare) siamo in grado di affermarlo con certezza. Infatti quell’anno successero due episodi di straordinario impatto sulle popolazioni di ambedue le sponde sinistre, sia del Po che del Reno; ed avvennero l’uno all’inizio e l’altro alla fine dell’anno. Il “trait d’union” fra queste due, fu la sommersione di terreni fecondi e ben coltivati di dimensioni assai rilevanti; naturalmente l’allagamento del Rodigino fu molto superiore a quello del Ferrarese, viste le diverse portate d’acqua dei due fiumi.
La più famosa e disastrosa inondazione italiana, dall’Unificazione ad oggi, resta senza dubbio quella del 13 novembre 1951, che vide il Po, il maggior fiume d’Italia, rompere il suo argine sinistro ad Occhiobello, in provincia di Rovigo, causando danni di dimensioni bibliche, allagando circa 70 mila ettari di fertile campagna e costringendo all’evacuazione un altissimo numero di abitanti, lungo un tratto di pianura padana che andava dalla parte ovest di Rovigo fino alla parte est di Adria, quindi fin quasi al mare. Ma per la gente delle nostre parti, sia del bolognese che del ferrarese ed anche di tutti i Comuni adiacenti il Reno, quella da ricordare fu la rotta del Reno del ‘51 che colpì quasi tutto il territorio comunale di Poggio Renatico (con particolare riferimento alla sua maggior frazione di Gallo) il 4 gennaio 1951 e successivamente l’8 febbraio dello stesso anno.
Ebbene, bisogna chiarire subito che la prima alluvione di gennaio è considerata tutt’oggi come “anomala”, in quanto l’evento meteorico che interessò il bacino del Reno non presentò particolare eccezionalità: infatti l’unica deviazione dalla norma fu costituita dal precedente mese di dicembre, che risultò essere piuttosto piovoso in relazione agli ultimi anni antecedenti il ’51. Le precipitazioni giornaliere registrate nell’alto bacino renano furono intense, ma ben inferiori alle massime notate precedentemente. La propagazione della piena nella parte montana del bacino renano arrivò ad una portata al colmo di 777 mc/sec. alla stazione di Casalecchio: quindi una piena i cui effetti non si sarebbero sentiti se non fosse arrivata dopo la rotta del 27 novembre 1949, troppo ravvicinata per sopportarla viste le arginature di ancor fresca impostazione ed oltretutto imbevute dalle piogge (pur se non intensissime) del precedente mese di dicembre. Il colmo di Casalecchio venne registrato come “unico e di scarso valore”, ma l’evento divenne interessante non tanto per la sua valenza intrinseca quanto per il fatto che determinò l‘apertura, a Gallo, di un’ampia falla nell’argine sinistro, da poco ricostruito, con cedimento arginale (senza tracimazione), alle ore 13 del 4 gennaio 1951. Il risultato fu l’allagamento di circa 1.700 ettari della pianura ferrarese alla sinistra del Reno fra Poggio Renatico e Gallo, con relativa sommersione dell’abitato di quest’ultima frazione.
Poco più di un mese dopo, tuttavia, a seguito delle intense precipitazioni di ben 96 ore consecutive fra il giorno 5 ed il giorno 8 di febbraio, arrivò l’onda di piena, con un unico colmo di eccezionale valore (inferiore soltanto alla piena del 1893) ed una portata di 1940 mc/sec. alla stazione di Casalecchio (ed a quella di Cento nell’ordine di 1129 mc/sec.); questa provocò, a Gallo, una vasta fuoriuscita dalla precedente falla di gennaio, con l’allagamento di circa 12.000 ettari della pianura ferrarese, coinvolgente pure gli abitati di Poggio Renatico, Coronella, Madonna Boschi, Mirabello, Montalbano, S. Bartolomeo in Bosco, oltre naturalmente a quello di Gallo.
Di quest’evento, oggettivamente assai consistente, s’occupò anche la stampa nazionale e le immagini di quei paesi allagati fecero il giro dell’Italia intera. Le situazioni, i fatterelli un po’ comici e un po’ drammatici, le persone a vario titolo coinvolte, le circostanze più o meno intense sono state trattate alcuni anni fa anche da Cesare Manservigi nel primo racconto del suo libro “Fiume vagabondo”, dove ha descritto, con dovizia di particolari e con grande piacevolezza complessiva di narrazione, quel periodo della storia locale che, in coloro i quali l’hanno vissuto, ha lasciato ricordi indelebili.
Ma, come detto poc’anzi, tutti questi accadimenti sono storicamente collegabili (anzi, si può dire derivano) dalla precedente rotta del 27 novembre 1949. Ma cosa avvenne quell’anno?
Le piogge del primo periodo (giorni 22, 23 e 24) risultarono maggiormente concentrate nell’alto Appennino, pur non raggiungendo valori eccezionali, mentre nel secondo periodo (giorni 25, 26 e 27) la distribuzione pluviale risultò diffusa ed estesa pure in pianura, anche se con valori più bassi rispetto al primo periodo (130 mm di massimo, contro i 200 dei giorni precedenti). Le piene derivanti da quest’evento meteorologico fecero registrare 4 colmi, il primo il giorno 23 novembre, il secondo il giorno 24, il terzo ed il quarto il giorno 26: questi ultimi due colmi risultarono particolarmente ravvicinati nel tempo (a Casalecchio soltanto 9 ore), diventando così gravosi soprattutto nei tronchi vallivi oltre Cento. Lo specifico ravvicinamento delle onde di piena del giorno 26 provocarono così l’esaltazione dei livelli nel tratto vallivo conseguente alla fusione dei due colmi del Reno (il 3° ed il 4°); si registrò allora, nel tratto del fiume adiacente il nostro Comune, il massimo livello di piena dal 1851, pari a metri 6,55, che provocò il sormonto ed il cedimento dell’argine sinistro al Passo del Gallo, alle ore 0,30 del 27 novembre 1949, con l’allagamento di circa 6.000 ettari di pianura ferrarese e degli abitati di Gallo, Poggio Renatico e Coronella.
Ad aggravare l’evento concorse pure la quasi contemporaneità della piena del Samoggia (ci furono soltanto 2-3 ore di differenza fra gli ultimi due colmi e la fiumana samoggese che si riversava in Reno), la quale fece sì che alla stazione di Cento ed a quella della Panfilia il terzo ed il quarto colmo si fossero già fusi. Così questa piena ebbe la stessa portata d’acqua del novembre 1940: quella, però, fece registrare un massimo idrometrico di “soli” metri 5,71 scongiurando in tal modo la tracimazione col conseguente cedimento arginale. Questa sventura, però, fu solo rimandata di nove anni.
L’Ufficio Idrografico di Bologna, attraverso il suo direttore Ing. Mario Rossetti, nell’Annale Idrologico del 1949 mette in evidenza la notevole funzione che ebbe la gestione del Bacino Idroelettrico di Suviana sugli afflussi e sui deflussi dell’invaso: infatti l’attenuazione dei deflussi del Limentra, operata a Suviana, riuscì particolarmente efficace nei giorni critici dal 23 al 26, nei quali i rilasci del Bacino vennero modulati su una portata di circa 40 mc./sec., trattenendo così gran parte delle acque.
In conclusione, l’alluvione di quell’anno avrebbe potuto essere ancor peggiore! Se questo può consolare …
Giulio Reggiani
La Chiesa di Poggio Renatico che fu risparmiata dall’allagamento essendo sopraelevata rispetto al piano stradale, in foto pubblicata da un settimanale del tempo
Pubblicato il 19 novembre 2019